Il ponte Dantesco

strada-del-ponteA Venezia nel sestiere di Castello, vicino all’Arsenale, oltre il Rio de San Marin, lungo la Fondamenta de Fazza l’Arsenal e che congiunge appunto il Campo dell’Arsenale con quello di San Martino. Dopo la morte di Dante,i veneziani in segno di riconoscenza dei versi immortali che erano stati dedicati al loro Arsenale, diedero a tre abitazioni , ponte-do-purgatorioassegnate a tre Provveditori o Patroni dell’arsenale, i nomi delle cantiche della Divina Commedia: la caxa del Paradiso,la caxa del Purgatorio, la caxa de l’Inferno. La Repubblica marinara di Venezia, ebbe per lungo tempo il dominio del mediterraneo, grazie alla sua flotta ed al suo Arsenale ,che per quei tempi era all’avanguardia , ben organizzato come una fabbrica moderna , in cui gli operai altamente specializzati , eseguivano assemblaggi come un catena di montaggio. Le case dell’Inferno e del Purgatorio esistono ancora oggi e sono raggiungibili tramite i ponti privati. Il ponte del Purgatorio e un piccolo ponte con un unico arco un ponte di pietra, questo ponte privato ha un cancello in ferro, la porta con dei bei bassorilievi uno rappresenta un busto umano mentre l’altro sembra raffiguri un animale formate da colonne di pietra. Attualmente il Ponte del Purgatorio permette di entrare all’Istituto di Studi Militari Marittimi. Sotto al Ponte del Purgatorio scorre uno tra i canali più stetti di Venezia. Sempre lungo il canale e la fondamenta che gira intorno al Arsenale di trova un altro ponte privato che porta alla casa del Inferno, che oggi appartiene alla Marina Unknown-1Militare questi due ponti sono solo Visibili e non ci si può salire essendo proprietà private e per giunta appartenenti alla Marina Militare “quindi Zona Militare”. Il ponte del paradiso oggi non esiste più come non esiste la caxa del Paradiso, oggi ha preso il suo nome il ponte in legno fronte la porta d’acqua del Arsenale una volta era un ponte levatoio oggi invece un ponte fisso.

 

IL DOTTORE DELLA PESTE – LA MASCHERA E’ NON SOLO

images-3Fu ideata, dal dottor Charles De Lorme, testimone della drammatica pestilenza del 1630 a Venezia, con la speranza che ciò bastasse a proteggere contro i miasmi e i pericoli mortali dell’epidemia. Il Medico della Peste, con il suo becco da uccello, con rostro adunco riempito di essenze medicamentose, munito di occhiali, guanti, una lunga tunica di puro lino e una bacchetta, non è propriamente una maschera carnevalesca. La sua nuova funzione carnascialesca estremizza i sentimenti: mescolando la sofferenza con la gioia, scongiurando per sempre il pericolo, il grande uccello porrà sotto le sue ali protettive la Serenissima. “Peste” è sinonimo di distruzione, è simbolo di terrore nel Medioevo e nell’era moderna. Per questo la maschera del Medico della Peste è tanto inquietante: è un’altra delle vesti della morte. La sua veste di lino o tela cerata copre il medico fino ai piedi, mentre mani e testa sono protetti da guanti e cappello. Ma l’origine di questo costume spiega anche il perché della forma della maschera: il becco ricurvo ospita le erbe profumate e, di solito, anche una spugna bagnata d’aceto, che si riteneva purificassero l’aria. Era l’aria malsana ad essere considerata la causa del male, perciò erbe e sostanze balsamiche potevano salvare i medici. Nessuno pensava a malnutrizione e pessime condizioni igieniche come fonte della malattia. Non avendone individuato le cause, quindi, il medico della peste serviva a ben poco: per questo è associato non con il lato buffonesco del Carnevale, ma con la sua componente più grave e cupa, che pervade, in fondo, tutte le follie di questo periodo dell’anno.images-4 Più volte, nel corso dei secoli, questa epidemia ha decimato la popolazione veneziana, ma i contagi più gravi sono quelli del 1575-1577 e del 1630-1631. In entrambe le occasioni, il Senato e il patriarca Giovanni Tiepolo, rispettivamente, trovandosi impotenti di fronte alla strage, decidono di chiedere a Dio di salvare la città, facendo voto di erigere una chiesa. La prima è la Chiesa del Redentore, la seconda la Basilica di Santa Maria della Salute. Possiamo dire che la maschera del Medico della peste non è solo una maschera carnevalesca, ma una maschera storica che ci può fare riflettere.

Venezia e la Peste – La Peste Quinta Parte “dal 1700 ad oggi”

Dopo le suddette pestilenze, a Venezia non si registrarono più epidemie e la Peste nera, fortunatamente, scomparve dall’Europa anche perchè, con ogni probabilità, il ratto bruno si diffuse a spese del ratto nero o comune, diretto responsabile delle epidemie. Tuttavia, la peste era pur sempre una minaccia per i porti marittimi, dove il ratto nero, che ospitava le pulci infette, continuava a rimanere tranquillamente. Nel 1720-21 si manifestò a Marsiglia l’ultima epidemia di peste bubbonica, che persistette nel Levante e nei Balcani. Venezia, nella sua vulnerabile e delicatissima posizione di città di frontiera, adottò tutte le precauzioni possibili. Se l’andamento demografico veneziano risentì moltissimo delle epidemie, nondimeno brusche oscillazioni si registrarono in conseguenza di fenomeni migratori. Non appena in città si aveva notizia dell’epidemia, chi poteva scappava nelle campagne. Quando la peste si calmava, non solo rientravano i cittadini, ma vi immigrava gente nuova, che fuggiva da altre epidemie. D’altronde,il Governo veneziano vedeva con favore l’immigrazione per dare impulso all’attività commerciale ed industriale: senza queste “fresche” ondate migratorie Venezia sarebbe inevitabilmente decaduta perchè non poteva riprodursi; solo un terzo della popolazione aveva meno di vent’anni. I tassi di mortalità, specialmente infantili, erano altissimi. In campagna, invece, i minori di vent’anni erano la metà e proprio grazie ai “campagnoli” Venezia si ripopolava. Gli artigiani venivano attirati a Venezia da allettanti agevolazioni e ottenevano la cittadinanza in breve tempo. I loro discendenti preferivano la vita di bottega, del mercante o dell’impiegato governativo. Conseguentemente, l’immigrazione, specie in coincidenza con le pestilenze, diede il suo contributo nel tramutare Venezia da città di marinai in città di artigiani (la tradizione marinara scomparve anche in altre città come conseguenza della Morte nera).

Conseguenza della migrazione fu che le tradizioni delle classi più povere vennero colpite e stravolte; al contrario, la classe nobiliare si potè riprodurre nei secoli funestati dalla Morte nera e mantenere intatto il proprio patrimonio di tradizioni. Riepilogando, per quanto riguarda l’andamento demografico di Venezia, si ebbero delle brusche flessioni dovute alle pestilenze del 1347-49, 1575-77 e del 1630-31; riprese e stabilità dopo il 1300. Nel Sei e Settecento la popolazione si stabilizzò fra i 100.000 e i 160.000 abitanti. Oggi in questo 2020 ci troviamo a combattere contro il CornaVirus e si vedono immagini di una Venezia vuota ci viene una domanda “Quanti sono gli abitanti del centro storico di Venezia?” La risposta sorprenderà chi è abituato a ritenere che lo spopolamento abbia ormai ridotto la città d’acqua praticamente alle dimensioni di un medio comune di terraferma.
In realtà uno studio svela che i veneziani sono circa 100.000. Più esattamente, il numero fluttua all’interno di una forbice compresa tra i 93.881 e i 101.471 di cosiddetti abitanti equivalenti. 
Fino a oggi, per fare letteralmente “la conta” dei Veneziani “superstiti”, si è abituati a guardare il famoso contapersone della farmacia di campo San Bartolomio. Proprio questo, tralasciando gli ultimi aggiornamenti, forniva il dato di 53.076 abitanti a tutto novembre 2018. Il parametro di riferimento dello studio  va a quella data perché risalgono ad allora le rilevazioni complete e più aggiornate sui consumi d’acqua. Ma non cambia l’errore concettuale di base per chi ritiene che questa sia una cifra affidabile. La premessa sulla quale poggia lo studio è infatti che gli abitanti di una città non possono essere considerati solo in base agli iscritti all’anagrafe o alle liste elettorali. Esiste un altra categoria di Veneziani i “RESIDENTI NON RESIDENTI”. Sono i tanti studenti e professori universitari, i responsabili e collaboratori legati al mondo delle fondazioni culturali, i dipendenti “in trasferta” per motivi di lavoro. Ma anche coloro che, pur risiedendo stabilmente a Venezia, mantengono la residenza al di fuori del Comune per vantaggi fiscali. E pure le persone, non solo straniere, che vivono nella nostra città per periodi prolungati dell’anno.

Venezia e la Peste – La Peste Quarta Parte “in ricordo delle due epidemie”

A ricordo della fine delle due epidemie si festeggiano ancora oggi due ricorrenze tradizionali veneziane.

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Chiesa del Redentore 

Una si svolge la terza domenica di Luglio ricorre la festa del Redentore -l’omonima Chiesa , costruita su progetto di Andrea Palladio, tra il 1577 e il 1592, fu innalzata dopo la peste del 1575- molto sentita dalla comunità che affluisce in gran massa alla Giudecca, collegata per l’occasione con un ponte di barche tra l’isola e la riva delle Zattere. 

Mentre la seconda ricorrenza,la Festa della Salute è anch’essa una festa religiosa legata al ricordo della fine della peste del 1630. peste2I veneziani accorrono numerosi al tempio votivo tramite un ponte di legno su barche che collega in quest’occasione le due rive del Canal Grande, all’altezza del campo di Santa Maria del Giglio. Un tempo era una festa di proporzioni ben più ampie: il doge e la signoria si recavano in gran pompa alla Salute per assistere alle funzioni religiose e per dare un’impronta di ufficialità alle celebrazioni.

 

Venezia e la Peste – La Peste terza Parte “Le sue forme”

images-3La Morte nera a Venezia si presentava in due forme. la prima era una la forma bubbonica, che si manifestava appunto con dei gonfiori, i bubboni, di colore nerastro.

Mentre la seconda era la malattia polmonare, con sintomi della polmonite acuta, trasmessa con contagio da persona a persona.

La diversità tra le due forme non era ben chiara ai veneziani, quindi se la quarantena poteva impedire la diretta diffusione della forma polmonare, a nulla giovava contro la forma bubbonica. L’infezione polmonare era sempre la conseguenza di un caso di peste bubbonica.

Venezia e la Peste – La Peste seconda parte “La Morte nera”

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La Morte nera – Peste a Venezia

L’andamento demografico veneziano fu dominato dalla peste detta anche ” la Morte nera”. Secondo i dati dei censimenti militari, i veneziani nel 1200 erano 80.000, poi nel ‘300 si stimavano in almeno 160.000, in tutta l’area lagunare, dei quali 120.000 abitanti nella città. Se pensiamo che nell’Europa occidentale medievale veniva considerata grande città un centro con 10.000 abitanti tali cifre sono impressionanti. Si può dire che Venezia in quel periodo doveva esser considerata come una metropoli. Nel 1330 solamente altre quattro città Italiane come Milano, Firenze, Napoli e Palermo potevano contare una popolazione pari alla popolazione Veneziana. In quel periodo solo Parigi poteva avvicinarsi ai 100.000 abitanti. Nel 1348 Venezia e le più importante città d’Europa avevano orami superato le 100.000 unità di abitanti che la peste decimò la popolazione. La peste anche detta la Morte nera si presento sotto due forme, la prime era la forma bubbonica, mentre la seconda era la malattia polmonare. La diversità tra le due forme non era ben chiare ai veneziani, quindi se la quarantena poteva impedire la diretta diffusione della forma polmonare, nulla giovava contro la forma bubbonica. Dentro ai manoscritti del epoca si legge che la sua trasmissione era dovuta alle pulci infette dei topi ospiti delle navi. E precisamente dall’Oriente fece il suo nefasto arrivo: Caffa, stazione della Crimea frequentata da veneziani e genovesi era assediata dai tartari, già decimati dalla malattia, i quali per piegare la resistenza degli assediati, pensarono di catapultare i loro morti nella città. Nell’autunno del 1347 una galera veneziana da Caffa portò in Italia i topi impestati. Nei diciotto mesi che seguirono morirono di peste i tre quinti dei veneziani, dati desunti dai censimenti del 1347-1349. Dal 1348 seguirono tre secoli funestati dalla Morte nera. Alle decimazioni seguivano notevoli riprese dell’andamento demografico. Nel 1500 il numero dei veneziani era pressapoco lo stesso del ‘300: intorno ai 120.000. Nei settant’anni che seguirono, la popolazione urbana s’incrementò fino 190.000 abitanti, cifra che non venne mai più superata. Gravi flessioni si registrarono a seguito delle due pestilenze del 1575-1577 e del 1630-1631: ciascuna falciò un terzo della comunità veneziana.

Venezia nel Seicento – La Peste prima parte “Pillole di storia al tempo di Coronavirus”

images-1Mentre il mondo affronta la sfida del coronavirus, è importante ricordare come la fede abbia salvato dalla peste una delle città più amate del mondo. Nel biennio 1575-1577, una violenta ondata di peste bubbonica colpì quella che era la Repubblica di Venezia, uccidendo quasi 50.000 persone. Quasi un veneziano su tre perse la vita per la malattia, incluso il grande pittore rinascimentale Tiziano. Nel 1576, durante il picco dell’epidemia, il Senato decise di costruire una splendida chiesa per chiedere l’aiuto divino nella lotta alla malattia. Il doge Alvise I Mocenigo, che governava la Repubblica di Venezia, scelse Andrea Palladio, uno degli architetti più importanti Unknowndell’epoca, per dare l’incarico di realizzare il progetto.Chi visita Venezia oggi può ammirare la chiesa del Redentore, ma pochi sanno che questa  struttura alta 76 metri con una cupola imponente che domina l’isola della Giudecca, costruita nel 1592 per ringraziare Dio per il suo aiuto nello sconfiggere un’epidemia di peste che uccise più del 30% degli abitanti della città.