Il ponte Dantesco

strada-del-ponteA Venezia nel sestiere di Castello, vicino all’Arsenale, oltre il Rio de San Marin, lungo la Fondamenta de Fazza l’Arsenal e che congiunge appunto il Campo dell’Arsenale con quello di San Martino. Dopo la morte di Dante,i veneziani in segno di riconoscenza dei versi immortali che erano stati dedicati al loro Arsenale, diedero a tre abitazioni , ponte-do-purgatorioassegnate a tre Provveditori o Patroni dell’arsenale, i nomi delle cantiche della Divina Commedia: la caxa del Paradiso,la caxa del Purgatorio, la caxa de l’Inferno. La Repubblica marinara di Venezia, ebbe per lungo tempo il dominio del mediterraneo, grazie alla sua flotta ed al suo Arsenale ,che per quei tempi era all’avanguardia , ben organizzato come una fabbrica moderna , in cui gli operai altamente specializzati , eseguivano assemblaggi come un catena di montaggio. Le case dell’Inferno e del Purgatorio esistono ancora oggi e sono raggiungibili tramite i ponti privati. Il ponte del Purgatorio e un piccolo ponte con un unico arco un ponte di pietra, questo ponte privato ha un cancello in ferro, la porta con dei bei bassorilievi uno rappresenta un busto umano mentre l’altro sembra raffiguri un animale formate da colonne di pietra. Attualmente il Ponte del Purgatorio permette di entrare all’Istituto di Studi Militari Marittimi. Sotto al Ponte del Purgatorio scorre uno tra i canali più stetti di Venezia. Sempre lungo il canale e la fondamenta che gira intorno al Arsenale di trova un altro ponte privato che porta alla casa del Inferno, che oggi appartiene alla Marina Unknown-1Militare questi due ponti sono solo Visibili e non ci si può salire essendo proprietà private e per giunta appartenenti alla Marina Militare “quindi Zona Militare”. Il ponte del paradiso oggi non esiste più come non esiste la caxa del Paradiso, oggi ha preso il suo nome il ponte in legno fronte la porta d’acqua del Arsenale una volta era un ponte levatoio oggi invece un ponte fisso.

 

Dante a Venezia

UnknownDante fu molto colpito da Venezia ma ad ispirarlo fu soprattutto l’Arsenale, il cantiere dove i Veneziani crearono la loro incredibile flotta e che a quel tempo era in piena attività. Infatti nel XXI canto dell’Inferno, per spiegare la pena riservata ai barattieri, l’immersione nella pece bollente,  Dante evoca proprio un’immagine dell’Arsenale di Venezia:
Quale nell’Arzanà de’ Viniziani
bolle l’inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani[…]

Queste tre terzine di Dante si possono leggere su una lapide posta alla sinistra Unknown-1dell‘ingresso principale dell’Arsenale  e sulla destra del grande portone di ingresso si può ammirare anche un busto in bronzo del Sommo Poeta.

Il poeta fiorentino Dante Alighieri è considerato uno dei massimi poeti di tutti  i tempi e continua ad affascinare il mondo letterario e non solo. Dante, durante i suoi viaggi da esule lontano dalla sua Firenze, visitò anche Venezia. Il grande poeta della Divina Commedia visitò Venezia nei primi mesi del 1321 come ambasciatore di Guido Novello da Polenta, signore di Ravenna. Fu ospite di uno dei più influenti patrizi dell’epoca, Giovanni Soranzo, e ancora adesso è possibile leggere una targa che lo ricorda sulla facciata del bellissimo palazzo gotico  della famiglia Soranzo, che si affaccia sul lato destro dello splendido Campo San Polo. La visita di Dante a Venezia fu involontariamente la causa della sua morte, poiché sulla strada del ritorno, passando nei pressi delle Valli di Comacchio, Dante contrasse la malaria, che lo uccise a Ravenna il 14 settembre 1321.

Venezia con i suoi ponti ….. “ma ti o savevi ti”

miracolo-della-croce-al-ponte-san-lorenzo-gentile-bellini
Il miracolo della croce al ponte di San Lorenzo, Gentile Bellini

In origine i ponti veneziani erano costruiti in legno e senza gradini per consentire il passaggio sui ponti dei cavalli, allora usati come mezzo di trasporto. Successivamente i ponti incominciarono ad essere costruiti ad arco, in pietra e mattoni, con i gradini. Fin dall’antichità si sentiva l’esigenza di avvalersi della costruzione di ponti per facilitare gli spostamenti tra una riva e l’altra che fino ad allora erano stati effettuati tramite traghetti o veri e propri ponti di barche dove venivano stese delle assi di legno per permettere il passaggio. Ma gli abitanti lagunari hanno saputo trasformare un’esigenza in un’occasione di maggior abbellimento e interesse per la città. A Venezia si possono contare 417 ponti, 72 dei quali sono privati. Di questi 300 ponti sono costruiti in pietra, 60 in ferro e 57 in legno.

ponte-diavolo-torcello-1
Ponte del Diavolo – Torcello

Il primo ponte ad essere costruito in pietra fu nei pressi della Chiesa di San Zaccaria, realizzato per opera del Doge Pietro Sardonico. Fu edificato utilizzando la Pietra d’Istria, tutt’oggi utilizzata per le grandi costruzioni cittadine. Due sono i ponti di Venezia che non hanno le bande, i parapetti protettori. Uno è il famoso Ponte del Diavolo a Torcello e l’ altro è il Ponte del

ponte-chiodo-venezia-1
Ponte del Chiodo

Chiodo visibile in Rio di San Felice vicino alla Scuola Grande della Misericordia. In passato questi erano molti di più e su gran parte di questi si svolgevano delle lotte tra residenti appartenenti a diversi sestieri. Questi erano i cosiddetti Ponti dei pugni“, dove avvenivano delle vere e proprie scazzottate, dove l’obbiettivo era conquistare la riva opposta superando il ponte, ma molto spesso i partecipanti finivano per precipitare lungo i canali sottostanti. Il più famoso tra questi è

ponte-dei-pugni
Ponte dei pugni

il Ponte dei Pugni in Rio di San Barnaba. Quattro sono i ponti che attraversano il Canal Grande, il canale più lungo e famoso della città. Essi sono: il Ponte di Rialto, Ponte dell’Accademia, Ponte degli Scalzi, e il più recente Ponte della Costituzione. Il più conosciuto è certamente in Ponte di Rialto, che si estende con un’arcata di 28 metri di lunghezza e 22 metri di larghezza lungo il Canalazzo. In origine era un ponte di barche costruito con pali in legno e si chiamava Ponte della Moneta a testimonianza del pedaggio che bisognava pagare ai traghettatori per passare le due sponde del canale, prima della costruzione del ponte. Successivamente, in seguito allo sviluppo del mercato di Rialto venne sostituito da un ponte strutturale in legno intorno al 1250 assumendo l’attuale nome. Risale al 1503 la prima proposta di costruzione di un ponte in pietra, ma venne attuata solamente

Ponte-di-Rialto-Venezia
Ponte di Rialto

nell’anno 1591 in seguito a vari concorsi per opera dell’architetto Antonio da Ponte. Con il passare del tempo fino ad arrivare ai giorni nostri continua a regnare come simbolo architettonico cittadino. Il Ponte degli Scalzi, invece, fu costruito sotto dominazione asburgica nell’anno 1858 in seguito alla necessità di accorciare il tragitto che portasse alla stazione dei treni, costruita qualche anno prima. Venne così deciso di riprodurre lo stile del Ponte dell’Accademia, inauguarato con successo qualche anno prima. Il primo ponte costruito in ghisa diede, però, dopo alcuni anni segni di instabilità. Venne, perciò, sostituito nei primi anni Trenta da un nuovo ponte in Pietra d’Istria costruito su progetto dell’ingegnere Eugenio Mozzi. Arrivando ai giorni nostri l’ultimo ponte costruito sul Canal Grande è stato il Ponte della Costituzione o di Calatrava, in nome dell’architetto spagnolo Santiago Calatrava che l’ha progettato. Perché era necessaria la presenza di un ponte che collegasse la zona di arrivo a Venezia di Piazzale Roma con la stazione di Santa Lucia, dopo anni di idee e progetti nel 1997 venne consegnato il progetto esecutivo del ponte. L’esecuzione cominciò nell’anno 2003, con un tempo previsto di realizzazione dell’opera di un anno e mezzo. I lavori, però, si estesero per quasi sei anni e l’inaugurazione del ponte avvenne la sera dell’11 settembre 2008. Il ponte si estende con una lunghezza di 94 metri e una larghezza variabile tra i 6 e i 9 metri tra la Fondamenta di Santa Chiara e quella di Santa Lucia. Particolare per la sua struttura e i suoi materiali costruttivi,

ponte-dei-sospiri
Ponte dei Sospiri

il Ponte della Costituzione si differenzia da tutti gli altri ponti esistenti a Venezia. La struttura è in acciaio con pavimenti in vetro, Pietra d’Istria e trachite grigia. I parapetti, ugualmente, sono in vetro, con corrimani in ottone nel cui interno sono installate lampadine a led in grado di dissipare i raggi di luce nei parapetti. E per finire parliamo di un altro ponte storico e dall’affascinante stile architettonico è il Ponte dei Sospiri. Questo ponte realizzato in Pietra d’Istria e stile barocco, veniva utilizzato in antichità come passaggio dagli imputati, che dopo esser stati condannati all’interno di Palazzo Ducale, venivano condotti alle prigioni e passando gli ultimi attimi da cittadini liberi guardavano Venezia sospirando.

IL DOTTORE DELLA PESTE – LA MASCHERA E’ NON SOLO

images-3Fu ideata, dal dottor Charles De Lorme, testimone della drammatica pestilenza del 1630 a Venezia, con la speranza che ciò bastasse a proteggere contro i miasmi e i pericoli mortali dell’epidemia. Il Medico della Peste, con il suo becco da uccello, con rostro adunco riempito di essenze medicamentose, munito di occhiali, guanti, una lunga tunica di puro lino e una bacchetta, non è propriamente una maschera carnevalesca. La sua nuova funzione carnascialesca estremizza i sentimenti: mescolando la sofferenza con la gioia, scongiurando per sempre il pericolo, il grande uccello porrà sotto le sue ali protettive la Serenissima. “Peste” è sinonimo di distruzione, è simbolo di terrore nel Medioevo e nell’era moderna. Per questo la maschera del Medico della Peste è tanto inquietante: è un’altra delle vesti della morte. La sua veste di lino o tela cerata copre il medico fino ai piedi, mentre mani e testa sono protetti da guanti e cappello. Ma l’origine di questo costume spiega anche il perché della forma della maschera: il becco ricurvo ospita le erbe profumate e, di solito, anche una spugna bagnata d’aceto, che si riteneva purificassero l’aria. Era l’aria malsana ad essere considerata la causa del male, perciò erbe e sostanze balsamiche potevano salvare i medici. Nessuno pensava a malnutrizione e pessime condizioni igieniche come fonte della malattia. Non avendone individuato le cause, quindi, il medico della peste serviva a ben poco: per questo è associato non con il lato buffonesco del Carnevale, ma con la sua componente più grave e cupa, che pervade, in fondo, tutte le follie di questo periodo dell’anno.images-4 Più volte, nel corso dei secoli, questa epidemia ha decimato la popolazione veneziana, ma i contagi più gravi sono quelli del 1575-1577 e del 1630-1631. In entrambe le occasioni, il Senato e il patriarca Giovanni Tiepolo, rispettivamente, trovandosi impotenti di fronte alla strage, decidono di chiedere a Dio di salvare la città, facendo voto di erigere una chiesa. La prima è la Chiesa del Redentore, la seconda la Basilica di Santa Maria della Salute. Possiamo dire che la maschera del Medico della peste non è solo una maschera carnevalesca, ma una maschera storica che ci può fare riflettere.

Frà Mauro

1989086598_cartaCi troviamo ora nel cuore della Venezia turistica, affascinante, orientale, bellissima la punta della dogana, tutta d’oro davanti, la Basilica di S. Marco, un po’ dietro a sinistra, e, dalla parte opposta della piazza, oltre le colonne di Marco e Todaro, guardando la laguna, a sinistra la bellezza del Palazzo Ducale e a destra la Biblioteca Marciana . Fornita, ricca bellissima, racchiude in sé un tesoro prezioso,opera del 1446 ( o 1445, come alcuni dicono), Il Mappamondo di Frà Mauro: opera di un monaco camaldolese facente parte del convento di S. Michele , era un esperto di geologia e astrologia. Fu consulente per la Serenissima per quanto riguarda la deviazione del fiume Brenta, che la Repubblica così oculata d esperta di maree era all’avanguardia, si diede, ad un certo punto “all’opera di crear mappamondi”, per cui disegnò su pergamena questa straordinaria opera.364930782
Come potete vedere si tratta della delineazione delle terre conosciute all’epoca, circondate dall’oceano. Sulla cornice vi sono quattro cerchi, riempiti da iscrizioni i primi tre, cioè i due sopra ed un sotto a destra, iscrizioni che riguardano il tema geo-siderale, mentre l’ultimo in basso a sinistra rappresenta il paradiso terrestre. Non esistono meridiani o paralleli, ma vi sono i punti cardinali e quelli intermedi, solo che l’orientamento è quello islamico, che all’epoca era usuale: il sud sopra ed il nord sotto. Ecco, questo tesoro di bellezza.

Zorzi Marino

Marino_ZorziMarino Zorzi fu il 50° doge della Serenissima (1311-1312).
Pio e devoto, detto il Santo, aveva 81 anni (era nato nel 1230) ed era sposato ad Agneta Querini.
Egli vedeva nell’alta carica lo strumento per potersi occupare del prossimo, in maniera più operosa.
Il suo dogado, però, durò soltanto 11 mesi.
Nella Promissione di questo doge, come in quella del 1253 di Ranieri Zen, ritroviamo il nome Bucintoro, l’imbarcazione principesca fatta costruire per decreto del Senato per la cerimonia dello Sposalizio del Mare e custodita in Arsenale.
Quando Marino si spense, fu sepolto nella nuda terra nel chiostro della Chiesa di S. Giovanni e Paolo. Nel tempo si perdette il ricordo del luogo esatto e allora i frati fecero apporre una lapide all’interno della chiesa con una iscrizione commemorativa.

La Famiglia Zane

La rilevanza di questa famiglia fu ampiamente descritta dal padovano Giacomo Zabarella nel suo scritto “Il magnifico, ovvero, la virtù mascherata dove si scoprono tutte le sublimi grandezze della Serenissima Repubblica di Venezia et della nobilissima casa de Zani”.
La famiglia risulta essere originaria nella Roma antica avendo come lontano antenato Marco Vipsanio Agrippa noto per essere stato il vincitore della battaglia di Azio avvenuta nel 31 a. C. nonché suocero di Augusto. Andando avanti con il tempo, il cognome Vipzanii vennè progressivamente alterato in Sianii, Ciani, Ziani fino ad arrivare a Zani o volgarmente Zane. Si trasferirono nella città lagunare durante le invasioni barbariche e furono tra le 24 famiglie di origine tribunizia che amministrarono la Serenissima agli albori.
Nella vita cittadina si conosce l’esistenza della casata già a partire dal 1276 durante il quale Nicolò Zane da San Stin venne eletto procuratore di San Marco e venne conosciuta una delle loro residenze nella zona solo a partire dal 1367 data in cui Andrea di Almorò Zane acquistò da Andrea Contarini Doge il terreno della zona di Sant’Agostino dove sorgeva la residenza di Baiamonte Tiepolo (egli fu accusato di tradimento e lesa maestà e per questo la sua casa venne rasa al suolo).
Domenico Zane fu colui che diede l’impulso alla fabbricazione del casino-biblioteca che venne soprannominato “Pericle della patria intelligentissimo” per la sua dote comunicativa e la dialettica che lo portò a svolgere il ruolo di ambasciatore in Austria e in Spagna; Filippo IV riconobbe le sue qualità diplomatiche e lo fregiò del titolo di cavaliere. Nel 1665 fece ristrutturare la facciata della casa dominicale sul rio Sant’Agostin interamente in pietra d’Istria dall’architetto Baldassarre Longhena. In assenza di eredi diretti, Domenico lasciò la casa e i suoi averi al nipote Marino invitandolo a salvaguardare il suo patrimonio librario e la pinacoteca.
Marino Zane seguì i dettami dello zio con piacere essendo un appassionato di arte, bibliofilo e collezionista di ceramiche: incrementò il numero dei volumi della biblioteca e dei quadri di famiglia. E’ proprio da questa sua dedizione finalizzata alla preservazione e ampliamento delle opere di famiglia, che sorse la necessità di accrescere gli spazi creando un ambiente adibito appositamente a “libraria” e “casin” e vi incaricò l’architetto Antonio Gaspari; lo stabile venne edificato nella parte finale del giardino già di proprietà della famiglia Zane e si predispose l’affaccio sul canale di San Giacomo dell’Orio. Durante la sua vita, Marino fu podestà a Bergamo e Brescia e generale a Palmanova e in Dalmazia e curò con costanza la parte amministrativa del teatro di San Moisè che la famiglia acquistò nel 1628 dai Giustinian (il teatro venne ceduto nel 1705); si occupò di ammodernarne gli assetti e dal 1639 sul palco vennero presentati solo drammi per musica. Morì, all’età di 70 anni, il 17 febbraio 1709.
Dei quattro figli, tre maschi e una femmina, colui che prese in carico gli affari di famiglia, fu Vettor Zane che decise di mettere mano nuovamente alla facciata del casino con l’intento di uniformarla a quella della biblioteca. Ben presto fu affrontato il problema di portare avanti la stirpe degli Zane e dei 4 figli di Marino: Leonardo morì giovane, Domenico mise al mondo una figlia femmina (Maria), Maria entrò in convento e infine Vettor sposò Elena Michiel, mise al mondo un maschio ma sfortunatamente, anch’egli passò a miglior vita precocemente, quando ancora era in fasce.
Fu così che la linea maschile degli Zane si fermò e Vettor, che morì all’età di 49 anni (1715), lasciò in testamento alla moglie Elena o, in caso di scomparsa, alla nipote Maria (figlia del fratello Domenico e moglie di Nicolò Venier) l’intero patrimonio (rendita annua di 163.500 ducati). Un documento del 1348 redatto da un discendente, Almorò Zane, prevedeva che la successione dovesse avvenire solo in linea maschile (se estinta, doveva esser allargata al consanguineo maschio più vicino) per cui Antonio Zane quondam Francesco rivendicò tale diritto impugnando l’atto testamentario a favore di Elena Michiel, la moglie di Vettor. Questa si unì a Maria Venier e alla sorella di Antonio Zane e si rivolsero ad un avvocato per tutelare la loro posizione e mettere in dubbio l’applicazione del documento del 1300: vista la crescita economica della famiglia Zane, le nobildonne si chiesero se l’atto del Trecento poteva riguardare anche le proprietà del 1700 o riferirsi solo a quelle presenti nel momento in cui è stato stipulato. Alla fine, nel 1716 il Palazzetto Bru Zane fu consegnato a Maria Zane Venier la quale, dopo pochi anni, morì e la residenza divenne definitivamente parte del patrimonio Venier di san Vio. Maria Contarini Venier fu l’ultima discendente indiretta degli Zane e dalla sua cessione, qualche anno dopo il 1800, il casino fu separato dal palazzo.

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia (Venezia, 5 giugno 1646 – Padova, 26 luglio 1684) fu una filosofa italiana, ricordata come la prima donna laureata al mondo.

                               Una targa commemorativa, posta a pochi metri dalla Riva del Carbon 

Era il 25 giugno 1678 quando la nobile veneziana Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, che aveva da poco compiuto trentadue anni, sfidando le convenzioni e la mentalità dell’epoca, si laureò all’Università di Padova.La prima donna al mondo a potersi fregiare del titolo di doctor, non potè però laurearsi in quello che voleva , teologia, ma raggiunse un traguardo fino ad allora riservato solo agli uomini.
Dopo di lei sarebbero trascorsi altri cinquant’anni prima che un’altra donna potesse vedersi riconoscere lo stesso privilegio a Bologna, e ancora un altro mezzo secolo per Pavia.
Elena era nata nel 1646 a Venezia nel palazzo dei Cornaro (poi Ca’ Loredan) che si affaccia sul Canal Grande a Rialto.
Apparteneva ad una casata nobile e antica, essendo i Piscopia un ramo di quei Cornaro che la storia ricorderà per aver dato alla Serenissima una regina, Caterina di Cipro (1434-1510) signora di Asolo, quattro dogi e nove cardinali.
Suo padre, Giovanni Battista, era procuratore di San Marco de supra – la più alta carica dello Stato subito dopo quella suprema del doge – abile diplomatico e uomo d’affari, amante della cultura e con pochi pregiudizi, aveva arricchito la sua biblioteca con numerosi testi di storia e di politica, libri di grande pregio, soprattutto edizioni rare del Manuzio e del Giolito.
Ma ancor più che ai suoi libri Giovanni Battista era affezionato agli uomini di cultura che frequentavano la sua casa e fra essi scelse per sua figlia, che da lui aveva ereditato la passione per lo studio, i migliori maestri in tutte le materie. Elena era un fiore di virtù, alla mondanità e al lusso che la sua famiglia avrebbero potuto garantirle, preferì una vita sobria e ritirata che le consentisse di nutrire quella fame di conoscenza che le si era manifestata fin dalla più tenera età, tanto che a nove anni aveva fatto voto di castità per dedicare tutta la sua esistenza allo studio. Per il troppo studio, si ammalò e morì giovane, soltanto sei anni dopo la laurea.
“La xé na Piscopia” si dice con ironia in Veneto per sottolineare la straordinaria sapienza di una donna. Elena imparò la matematica, l’astronomia, la geografia, il latino, il greco antico e moderno, lo spagnolo, il francese e l’ebraico, così tante lingue che la chiamarono “oraculum septilingue”.
Studiò con passione la musica. Ma più di tutto amava la teologia e filosofia.
Le furono affiancati tutori d’eccezione: don Giovanni Battista Fabris, parroco a San Luca, che per primo le insegnò il greco e per primo segnalò al Cornaro Piscopia il talento della figlia di sette anni convincendolo ad autorizzarlo a darle lezioni private; Carlo Rinaldini, illustre professore di filosofia che l’Università di Padova aveva portato via a Pisa; e padre Felice Rotondi, conventuale, che di Elena dirà di averla avuta più come maestra che come discepola in teologia tanto erano evidenti le sue doti d’animo e d’intelligenza.
Elena era davvero brava. Sempre chiusa in casa, studiava, studiava ma si sa le donne a quei tempi erano considerate, soprattutto dalla Chiesa, esseri un po’ inferiori. Si riconosceva loro una dignità pari all’uomo. Ma il modello della donna ideale rimaneva quello delineato da Leon Battista Alberti nel suo trattato Della famiglia: dolce, mansueta, modesta, lavoratrice, casalinga, oculata nelle spese, alla quale tutte le cose più preziose che il marito possiede dovevano essere mostrate, tutte tranne i libri, da chiudere in un posto sicuro per impedire alla donna non solo di leggerli ma anche di vederli.
Ancora nel 1740 quando Giovanni Nicolò Bandiera sosterrà in uno scritto anonimo il diritto all’istruzione delle donne, l’autore del libro verrà aspramente criticato e le sue argomentazioni saranno considerate spregiudicate tanto che a Roma si tenterà di mettere l’opera all’Indice.
È in quel clima che Elena compila regolare domanda d’ammissione alla laurea.
Le donne non avevano mai osato tanto, prima di allora. I suoi maestri l’appoggiano, suo padre non cerca di meglio. Ma chiede di laurearsi in teologia, materia fino ad allora solo appena sfiorata però mai approfondita da una donna, ritenuta incapace di ragionamenti difficili soprattutto sulle verità della fede.
Il cardinale Gregorio Barbarigo, che nella sua qualità di vescovo di Padova era anche cancelliere dell’Università, oppose un netto rifiuto. A cui non venne meno neanche in ossequio alla Patavina libertas.
Per i meriti straordinari riconosciuti alla giovane donna e per l’appoggio influente del potente padre, Elena riesce però ad ottenere il permesso di laurearsi in filosofia.
Si presentò il sabato mattina alle ore 9 del 25 giugno 1678 e discusse davanti al Collegio dei filosofi e medici i due puncta, due tesi di Aristotele, che erano stati estratti e le erano stati comunicati, perché si preparasse, il giorno prima.
La sua prova fu talmente brillante che i membri del Collegio decisero di tralasciare la solita votazione segreta e di acclamare all’unanimità la candidata magistra et doctrix in philosophia tantum.
Come ai suoi colleghi uomini, le vennero consegnate le insegne dottorali: il libro, simbolo della dottrina, l’anello per rappresentare l’unione con la scienza, il manto di ermellino, emblema della dignità dottorale e infine la corona d’alloro a suggello del trionfo.
Elena non insegnò mai, anche perché i nobili non erano abituati a lavorare, ma divenne membro di varie accademie e intrattenne rapporti epistolari con i maggiori studiosi italiani e stranieri del secolo.
Dopo la laurea si trasferì a Padova. Rifiutò sempre il matrimonio, anche con un principe tedesco che le aveva trovato il padre.
Decise di vivere ritirata, di diventare un’ablata benedettina e dedicarsi ai poveri.
Morì il 26 luglio 1684, a soli 38 anni, probabilmente di tubercolosi.
Patrizia Carrano le ha dedicato il romanzo “Illuminata. La storia di Elena Lucrezia Cornaro” pubblicato qualche anno fa da Mondadori.
Della sua breve esistenza restano poche tracce: una statua presso Palazzo Bò, sede universitaria padovana, una lapide sul suo palazzo veneziano, una vetrata policroma al Vasser College, negli Stati Uniti, e un affresco all’Università di Pittsburg.
Ma di lei, che cercò di passare inosservata e restò casta per tutta la vita, sarà sempre ricordata quella sua scandalosa prima volta che segnò una vittoria importante nella storia delle conquiste femminili.

Da Gazzettino del 26 giugno 2008 – articolo di Anna Renda

Baldassarre Galuppi detto il "buranello"

La vita.

Ph-GhezzoClaudio il BuranelloBaldassarre Galuppi (Burano 1706, Venezia 1785) detto il “buranello“, fu uno dei compositori più originali d’Italia nel genere comico. Si narra che i primi rudimenti musicali gli furono insegnati dal padre, che pur facendo il barbiere di professione, suonava il violino al teatro della commedia.

All’età di soli sedici anni, Galuppi si recava a Venezia per lavorare come organista in diverse chiese. Fu in questi anni che il musicista osò mettere in musica un’opera buffa avente come titolo “La fede nell’incostanza“: alla sua presentazione non ricevette altro che fischi e insulti. Disperato per questa esperienza, l’artista fu sul passo di abbandonare la musica e di andare a fare il barbiere. Ebbe però la fortuna di suscitare l’interesse di Benedetto Marcello, che lo fece entrare nella scuola di Lotti, dove si dedicò allo studio del contrappunto per ben tre anni.

Appena si sentì abbastanza preparato per riaffrontare le scene, compose la musica del “Libretto della Dorinda” scritta per lui dal Marcello. Quest’opera fu rappresentata al teatro di Sant’Angelo durante la fiera dell’Ascensione nel 1729 e fu ben accolta dal pubblico. Galuppi si dedicò anche allo studio del clavicembalo e divenne uno degli artisti più abili su questo strumento: si contano infatti ben 85 sonate per clavicembalo di sua produzione.

Dal 1729 in poi ebbe successo in tutti i teatri d’Italia fino alla sua morte.
Purtroppo, verso il 1740, la fama di Galuppi a Venezia iniziò a decadere e così nell’ottobre del 1741 decise di recarsi a Londra, dove fu nominato compositore del Teatro Reale.
Le sue opere non ottennero però gran successo nella capitale inglese e dopo undici mesi di soggiorno rientrò a Venezia.
Fortunatamente in questo periodo la sua fama crebbe grazie all’inizio di una collaborazione con il famosissimo commediografo veneziano Carlo Goldoni (Venezia 1707 – Parigi 1793), per il quale scrisse venti opere (“Il filosofo di Campagna“, 1754).

Nel 1762 diventò maestro di cappella della Basilica di San Marco, organista in più chiese e maestro del “Conservatorio degli Incurabili“.
Rivestì i tre incarichi fino all’età di sessantatre anni, quando fu chiamato in Russia dall’imperatrice Caterina II.
La prima opera che Galuppi diede a Pietroburgo, fu la “Didone Abbandonata“. L’imperatrice ne fu talmente soddisfatta che il mattino dopo gli inviò una tabacchiera d’oro, impreziosita da diamanti, contenente mille ducati.

Tornò a Venezia nel 1768, e riprese il suo lavoro e i suoi incarichi continuando a scrivere per il teatro e per la chiesa.
Morì qui, nella città che gli donò sia gioie che dolori, all’età di 79 anni.

Da questo musicista prende il nome la piazza di Burano (detta appunto “Piazza Baldassarre Galuppi“), al centro della quale è stata posizionata una statua in suo onore, creata da un’altra famosissima personalità dell’isola: lo sculture Remigio Barbaro.

Le Opere

Tra le opere di Baldassarre Galuppi citiamo:

La Fede nell’Incostanza – Ossia gli Amici Rivali (1722), Dorinda (1729), Odio Placato (1730), Argenide (1733), L’Ambizione Depressa (1735), Elisa Regina di Tiro (1736), La Ninfa di Apollo (1736), Tamiri (1736), Ergilda (1736), Alvilda (1737), Gustavo I, Re di Svevia (1740), Aronte, Re de’ Sciiti (1740), Berenice (1741), Madama Ciana (1744), L’Ambizione Delusa (1744), La Libertà Nociva (1744), Forze d’Amore (1745), Scipione nelle Spagne (1746), L’Olimpiade (1747), Arminio (1747), Arcadia in Brento (1749), Il Page della Cuccagna (1750), Arcifanfano, Re dei Matti (1750), Alcimena, Principessa dell’Isole Fortunate (1750), Il Mondo della Luna (1750), La Mascherata (1751), Ermelinda (1752), Il Mondo alla Rovescia (1752), Il Conte Caramela (1752), Le Virtuose Ridicole (1752), Calamità de’ Cuori (1752), I Bagni di Abono (1753), Il Filosofo di Campagna (1754), Antigona (1754), Il Povero Superbo (1754), Alessandro nell’Indie (1755), La Diavolessa (1755), Nozze di Paride (1756), Le Nozze (1756), Sesostri (1757), La Partenza e il Ritorno de’ Marinari (1757), Adriano in Siria (1760), L’Amante di Tutte (1761), Artaserse (1761), I Tre Amanti Ridicoli (1761), Ipermestra (1761), Antigono (1762), Il Marchese Villano (1762), Viriate (1762), L’Uomo Femina (1762), Il Puntiglio Amoroso (1763), Il Re alla Caccia (1763), Cajo Mario (1764), La Donna di Governo (1764), La Fornace di Babilonia, Debbora profetessa, Moyses de Sinai Reversus