Il prossimo 29 maggio le Frecce Tricolori sorvoleranno la città di Venezia

Un evento del tutto straordinario il sorvolo delle Frecce Tricolori su Venezia, è inserito all’interno del tour che la pattuglia acrobatica nazionale effettuerà da lunedì 25 maggio in tutta Italia e si concluderà  il 2 Giugno, Festa della Repubblica a Roma. Un Tour per omaggiare le vittime dell’epidemia di covid 19 e tutti gli operatori sanitari.

Abbraccio tricolore“, com’è stata battezzata l’iniziativa dell’ Air  Force italiana, un simbolico segno di speranza e nel contempo di quella responsabilità e disciplina cui siamo chiamati tutti. “Uno dei principi cardine del volo acrobatico delle Frecce Tricolori è proprio quello di volare insieme mantenendo le giuste distanze, un aspetto fondamentale per la perfetta riuscita delle manovre in piena sicurezza. Questo principio può diventare anche una metafora di ciò che al momento caratterizza la nostra vita quotidiana: distanti, ma uniti, continuando ad essere coesi, ad essere squadra, seppure nella necessità di mantenere la distanza sociale e con la speranza di poterci finalmente ricongiungere appena le condizioni lo permetteranno”, questo e come spiega l’Aeronautica Militare nel suo sito per spiegare questo sorvolo d’Italia straordinario.

Il cosiddetto “Giro d’Italia” delle Frecce vedrà il volo per raggiungere il cielo sopra la città lagunare nel pomeriggio di venerdì, tra le 14.30 e le 16.30.

Presentazione del progetto Facebook “Visit Pellestrina – San Pietro in Volta”

UnknownVisit Pellestrina – San Pietro in Volta e una pagina Facebook per la divulgazione culturale per promuove la valorizzazione dell’Isola di Pellestina-San Pietro in Volta un isola di tredici chilometri di lunghezza, larga 210 metri, ma con calli e campielli, rivalità di quartieri e passione per le regate, l’isola di Pellestrina è una versione in miniatura della Venezia verace e popolare.

E’ un piccolo mondo dove si vive ancora all’antica, tra ritmi lenti e l’eterno rito delle “ciacole”.

… Un posto speciale da scoprire …

Quando si approda il colpo d’occhio è straordinario.
Due file di case e di sandali a formare una cerniera tra terra e acqua, punteggiata dai casoni di pesca.

Con le variopinte facciate delle abitazioni, alte non più di due o tre piani e tutte rivolte verso la laguna, l’effetto Lego è garantito e fa apparire Pellestrina un’isola-gioccatolo: una minuscola striscia sabbiosa, circa 13 chilometri di lunghezza e da 25 a 210 metri di larghezza, estesa verso il mare per circa tre, quattro chilometri.

L’isola è una sola e conta circa 5.000 abitanti. Però è divisa in tre borghi: Portosecco, San Pietro in Volta e Pellestrina.

Qui tutto rimanda alla Venezia più popolare. Dai sestieri al rito eterno dello spritz, l’aperitivo locale, vino bianco spruzzato di Campari o Aperol. Dal labirinto di calli, sotoporteghi e campielli al ciacolar dei pescatori. Fino alla passione per le regate storiche e al mito dei grandi campioni e maestri di remo.

Pelestrina, tra la violenza del mare e la pace della laguna!

UnknownNei documenti romani quest’isola, viene ricordata come “Fosse Fistine”. Dalle ricerche storiche del 300 d.c. si racconta che un generale siracusano, Philistus esiliato ad Adria, fosse arrivato in questa località decidendo di rimanerci. Il nome iniziale di Pellestrina fu Fossionis Philistinae, o delle ” Fosse Pistrine” venendo quindi denominata Pellestrine. Il territtorio era ed è delimitato dalla laguna e dal mare, nel 452 venne assediato dai barbari di Attila e nel 568 dai barbari longobardi. Le popolazioni spaventate dall’avvento di tali orde venivano da Este e da Padova: per regolarizzare la popolazione vennero istituiti dei Tribuni, che amministrando le genti locali avevano il compito di far rispettare la Legge. In seguito vennero istituiti i Gastaldi Dogali che dipendevano, con tutto il territtorio da Malamocco. Nel 1110 la sede Vescovile che qui risiedeva venne trasferita a Chioggia: con il passaggio di questi poteri per un certo periodo Pellestrina venne governata da Chioggia. Due terribili eventi catastrofici, un terremoto ed un maremoto avvenuti nel 1104 furono la causa del ridimensionamento dell’Isola che la ridussero ad una fascia sottile di circa tredici chilometri di lunghezza e duecento metri circa di larghezza, ma estesa comunque verso il mare per circa tre, quattro chilometri.
Dopo i Gastaldi dogali l’amministrazione dell’isola venne affidata ai Podestà.
Nell’810 i francesi al seguito di Pipino la saccheggiarono, per poi venire sconfitti dai veneziani, e nel 900 l’isola venne assediata dagli Ungari, e dopo la guerra di Chioggia, nel 1379 venne saccheggiata e distrutta dai Genovesi. Con pazienza le famiglie Scarpa, Zennaro, Vianello e Busetto, pescatori ed ortolani la ricostruirono, ed il simbolo dell’isola è il sunto dei simboli delle quattro, storiche famiglie.images

Dall’inizio della Repubblica Venezia varò diverse ordinanze per la difesa delle isole dalla forza del mare. Nel 1335 i proprietari dei vigneti di Malamocco furono obbligati ad erigere degli argini molto forti. Nel 1501 furono istituiti i tre Savi delle Acque, e nel 1600 fu ordinato che gli argini fossero alti 4 metri. Nel 1751 il Senato ordinò la costruzione dei Murazzi. Questi furono ideati nel 1716 da Padre vincenzo Coronelli, e furono costruiti da Bernardino Zendrini, ingegnere della Repubblica. Posti a difesa dalle violente mareggiate e dall’aggressione del mare i ” murazzi”erano e sono una grande muraglia alta 4 metri  e larga 14 metri di grossi blocchi di pietra d’Istria, disposti in tal maniera da provocare il primo frangimento delle onde, e per proteggere la piccola striscia costiera. Nel 1751 sui Murazzi fu collocata una lapide che riporta quanto segue: ” I curatori delle acque posero le colossali moli di solido marmo contro il mare affinchè siano conservati in perpetuo i sacri estuari sede della Città e della Libertà”. Questa e solo una piccola parte di cenni storici sul isola di Pellestrina c’è ancora tanto da raccontare di questo delicato equilibrio di un isola posta fra Mare e Leguna.

Venezia e il divertimento segreto del’ 700

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Ridotti e Casini

Nel ‘700 Venezia è la capitale indiscussa del divertimento, fulcro della vita culturale e mondana europea e famosa per i suoi magnifici balli, feste e spettacoli teatrali. Ma è nei “Casini” (da piccola casa) o “ridotti” (da ridursi, cioè recarsi, incontrarsi) che si consumano i vizi e le virtù più segreti del bel mondo dell’epoca. Erano piccole stanze o appartamenti, più intimi e facili da scaldare rispetto alle sale dei palazzi, nascono dalla necessità di ovviare ai divieti imposti dal Governo della Serenissima per limitare il gioco d’azzardo e, quando ancora bar e locali pubblici non esistevano, di poter continuare a divertirsi anche a tarda sera dopo il teatro. Pian piano diventano un vero e proprio status symbol, nel 1744 se ne contano ben 118, e le nobildonne dell’epoca fanno a gara per far sfoggio di un ridotto privato nella centrale zona di Piazza San Marco, dove si concentravano i teatri. Nascono così ridotti di ogni genere e tipo di pubblico, tra salotti culturali adibiti alla pratica delle arti, come la musica o la poesia, e altri più mondani dove giocare d’azzardo, ballare, intrattenersi con le cortigiane e favorire incontri galanti. La segretezza del luogo si evince da deliziosi particolari giunti intatti sino a noi: come il citofono “ante litteram”, una mattonella rimovibile nel pavimento della sala d’ingresso che serviva da spioncino per vedere chi era all’ingresso, o la stanzetta nascosta alle spalle della scala d’entrata, usata come sala dei musici, la cui musica fluiva attraverso le grate intagliate in legno dorato, usata anche per spiare inosservati quanto accadeva nel salone. Anche le sale erano state progettate per favorire la privacy: nella prima sala di destra, dentro l’armadio, si cela una porta segreta che dava direttamente sulle scale principali per poter uscire senza passare per l’ingresso, mentre nella seconda stanza si può vedere un liagò, un poggiolo in ferro battuto con lo stemma Venier, che permette di osservare i passanti dall’alto senza esser visti dalla calle sottostante. Il successo è tale che nel 1638, per tentare di controllare il fenomeno, il Governo concede la licenza di pubblico ridotto al nobile Marco Dandolo nel cui omonimo Palazzo Dandolo (ora Hotel Monaco & Grand Canal) nasce quindi a tutti gli effetti il primo casinò d’Europa. Le sue sale sono celebrate nei famosi dipinti di Francesco Guardi e Pietro Longhi dove sono raffigurati nobili mascherati, un’altra moda dell’epoca, intenti ai tavoli da gioco, e bellissime cortigiane che si intrattengono con gentiluomini di fortuna (Casanova ne era un assiduo frequentatore). La moda del ridotto andrà poi via via perdendosi con il nascere dei bar e locali pubblici, ma oggi si può ancora visitarne qualcuno che mantiene intatti i meravigliosi decori che li contraddistinguevano.

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Ridotti e Casini

Quello più carateristico giunto fino ai giorni nostri è sicuramente il Ridotto Venier, di proprietà di Federico Venier, procuratore della Repubblica di Venezia, ma gestito dalla moglie Elena Priuli, colta nobildonna che ne aveva fatto il suo ambito “salotto”. Situato in zona san Marco vicino al Ponte dei Bareteri, si trova nel mezzanino di un anonimo edificio e, una volta varcata la piccola porta che conduce alle strette scale e solcato l’ingresso, si apre tutta la meraviglia del salone centrale, con il soffitto decorato con il logo della famiglia Venier, da cui si dipartono 4 salette: a destra le 2 sale da gioco, e a sinistra la cucina e la sala da pranzo. Gli ambienti hanno mantenuto tutte le decorazioni originali, che risalgono al 1750 circa: raffinati pavimenti in marmo connesso, specchi, stucchi, e marmorino, il camino in marmo rivestito in maioliche di Delft con immagini di farfalle, le porte e gli armadi in prezioso palissandro e persino le maniglie e le serrature in bronzo. Oggi il ridotto, è sede dell’Associazione Culturale Italo-Francese Alliance Française, restaurato negli anni ’80 grazie all’intervento del Comité français pour la sauvegarde de Venise e al contributo dell’Unesco che ha permesso di riportare alla luce i meravigliosi affreschi. Altri ridotti, tra i più belli, oltre al Casino Dandolo oggi parte dell’Hotel Monaco & Grand Canal, potete visitare il Casino Sagredo, trasformato in 2 suite nell’omonimo hotel a 5 stelle, e il Casino Zane, sede del Centre de musique romantique française.

 

 

 

 

Il ponte Dantesco

strada-del-ponteA Venezia nel sestiere di Castello, vicino all’Arsenale, oltre il Rio de San Marin, lungo la Fondamenta de Fazza l’Arsenal e che congiunge appunto il Campo dell’Arsenale con quello di San Martino. Dopo la morte di Dante,i veneziani in segno di riconoscenza dei versi immortali che erano stati dedicati al loro Arsenale, diedero a tre abitazioni , ponte-do-purgatorioassegnate a tre Provveditori o Patroni dell’arsenale, i nomi delle cantiche della Divina Commedia: la caxa del Paradiso,la caxa del Purgatorio, la caxa de l’Inferno. La Repubblica marinara di Venezia, ebbe per lungo tempo il dominio del mediterraneo, grazie alla sua flotta ed al suo Arsenale ,che per quei tempi era all’avanguardia , ben organizzato come una fabbrica moderna , in cui gli operai altamente specializzati , eseguivano assemblaggi come un catena di montaggio. Le case dell’Inferno e del Purgatorio esistono ancora oggi e sono raggiungibili tramite i ponti privati. Il ponte del Purgatorio e un piccolo ponte con un unico arco un ponte di pietra, questo ponte privato ha un cancello in ferro, la porta con dei bei bassorilievi uno rappresenta un busto umano mentre l’altro sembra raffiguri un animale formate da colonne di pietra. Attualmente il Ponte del Purgatorio permette di entrare all’Istituto di Studi Militari Marittimi. Sotto al Ponte del Purgatorio scorre uno tra i canali più stetti di Venezia. Sempre lungo il canale e la fondamenta che gira intorno al Arsenale di trova un altro ponte privato che porta alla casa del Inferno, che oggi appartiene alla Marina Unknown-1Militare questi due ponti sono solo Visibili e non ci si può salire essendo proprietà private e per giunta appartenenti alla Marina Militare “quindi Zona Militare”. Il ponte del paradiso oggi non esiste più come non esiste la caxa del Paradiso, oggi ha preso il suo nome il ponte in legno fronte la porta d’acqua del Arsenale una volta era un ponte levatoio oggi invece un ponte fisso.

 

Dante a Venezia

UnknownDante fu molto colpito da Venezia ma ad ispirarlo fu soprattutto l’Arsenale, il cantiere dove i Veneziani crearono la loro incredibile flotta e che a quel tempo era in piena attività. Infatti nel XXI canto dell’Inferno, per spiegare la pena riservata ai barattieri, l’immersione nella pece bollente,  Dante evoca proprio un’immagine dell’Arsenale di Venezia:
Quale nell’Arzanà de’ Viniziani
bolle l’inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani[…]

Queste tre terzine di Dante si possono leggere su una lapide posta alla sinistra Unknown-1dell‘ingresso principale dell’Arsenale  e sulla destra del grande portone di ingresso si può ammirare anche un busto in bronzo del Sommo Poeta.

Il poeta fiorentino Dante Alighieri è considerato uno dei massimi poeti di tutti  i tempi e continua ad affascinare il mondo letterario e non solo. Dante, durante i suoi viaggi da esule lontano dalla sua Firenze, visitò anche Venezia. Il grande poeta della Divina Commedia visitò Venezia nei primi mesi del 1321 come ambasciatore di Guido Novello da Polenta, signore di Ravenna. Fu ospite di uno dei più influenti patrizi dell’epoca, Giovanni Soranzo, e ancora adesso è possibile leggere una targa che lo ricorda sulla facciata del bellissimo palazzo gotico  della famiglia Soranzo, che si affaccia sul lato destro dello splendido Campo San Polo. La visita di Dante a Venezia fu involontariamente la causa della sua morte, poiché sulla strada del ritorno, passando nei pressi delle Valli di Comacchio, Dante contrasse la malaria, che lo uccise a Ravenna il 14 settembre 1321.

Venezia con i suoi ponti ….. “ma ti o savevi ti”

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Il miracolo della croce al ponte di San Lorenzo, Gentile Bellini

In origine i ponti veneziani erano costruiti in legno e senza gradini per consentire il passaggio sui ponti dei cavalli, allora usati come mezzo di trasporto. Successivamente i ponti incominciarono ad essere costruiti ad arco, in pietra e mattoni, con i gradini. Fin dall’antichità si sentiva l’esigenza di avvalersi della costruzione di ponti per facilitare gli spostamenti tra una riva e l’altra che fino ad allora erano stati effettuati tramite traghetti o veri e propri ponti di barche dove venivano stese delle assi di legno per permettere il passaggio. Ma gli abitanti lagunari hanno saputo trasformare un’esigenza in un’occasione di maggior abbellimento e interesse per la città. A Venezia si possono contare 417 ponti, 72 dei quali sono privati. Di questi 300 ponti sono costruiti in pietra, 60 in ferro e 57 in legno.

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Ponte del Diavolo – Torcello

Il primo ponte ad essere costruito in pietra fu nei pressi della Chiesa di San Zaccaria, realizzato per opera del Doge Pietro Sardonico. Fu edificato utilizzando la Pietra d’Istria, tutt’oggi utilizzata per le grandi costruzioni cittadine. Due sono i ponti di Venezia che non hanno le bande, i parapetti protettori. Uno è il famoso Ponte del Diavolo a Torcello e l’ altro è il Ponte del

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Ponte del Chiodo

Chiodo visibile in Rio di San Felice vicino alla Scuola Grande della Misericordia. In passato questi erano molti di più e su gran parte di questi si svolgevano delle lotte tra residenti appartenenti a diversi sestieri. Questi erano i cosiddetti Ponti dei pugni“, dove avvenivano delle vere e proprie scazzottate, dove l’obbiettivo era conquistare la riva opposta superando il ponte, ma molto spesso i partecipanti finivano per precipitare lungo i canali sottostanti. Il più famoso tra questi è

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Ponte dei pugni

il Ponte dei Pugni in Rio di San Barnaba. Quattro sono i ponti che attraversano il Canal Grande, il canale più lungo e famoso della città. Essi sono: il Ponte di Rialto, Ponte dell’Accademia, Ponte degli Scalzi, e il più recente Ponte della Costituzione. Il più conosciuto è certamente in Ponte di Rialto, che si estende con un’arcata di 28 metri di lunghezza e 22 metri di larghezza lungo il Canalazzo. In origine era un ponte di barche costruito con pali in legno e si chiamava Ponte della Moneta a testimonianza del pedaggio che bisognava pagare ai traghettatori per passare le due sponde del canale, prima della costruzione del ponte. Successivamente, in seguito allo sviluppo del mercato di Rialto venne sostituito da un ponte strutturale in legno intorno al 1250 assumendo l’attuale nome. Risale al 1503 la prima proposta di costruzione di un ponte in pietra, ma venne attuata solamente

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Ponte di Rialto

nell’anno 1591 in seguito a vari concorsi per opera dell’architetto Antonio da Ponte. Con il passare del tempo fino ad arrivare ai giorni nostri continua a regnare come simbolo architettonico cittadino. Il Ponte degli Scalzi, invece, fu costruito sotto dominazione asburgica nell’anno 1858 in seguito alla necessità di accorciare il tragitto che portasse alla stazione dei treni, costruita qualche anno prima. Venne così deciso di riprodurre lo stile del Ponte dell’Accademia, inauguarato con successo qualche anno prima. Il primo ponte costruito in ghisa diede, però, dopo alcuni anni segni di instabilità. Venne, perciò, sostituito nei primi anni Trenta da un nuovo ponte in Pietra d’Istria costruito su progetto dell’ingegnere Eugenio Mozzi. Arrivando ai giorni nostri l’ultimo ponte costruito sul Canal Grande è stato il Ponte della Costituzione o di Calatrava, in nome dell’architetto spagnolo Santiago Calatrava che l’ha progettato. Perché era necessaria la presenza di un ponte che collegasse la zona di arrivo a Venezia di Piazzale Roma con la stazione di Santa Lucia, dopo anni di idee e progetti nel 1997 venne consegnato il progetto esecutivo del ponte. L’esecuzione cominciò nell’anno 2003, con un tempo previsto di realizzazione dell’opera di un anno e mezzo. I lavori, però, si estesero per quasi sei anni e l’inaugurazione del ponte avvenne la sera dell’11 settembre 2008. Il ponte si estende con una lunghezza di 94 metri e una larghezza variabile tra i 6 e i 9 metri tra la Fondamenta di Santa Chiara e quella di Santa Lucia. Particolare per la sua struttura e i suoi materiali costruttivi,

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Ponte dei Sospiri

il Ponte della Costituzione si differenzia da tutti gli altri ponti esistenti a Venezia. La struttura è in acciaio con pavimenti in vetro, Pietra d’Istria e trachite grigia. I parapetti, ugualmente, sono in vetro, con corrimani in ottone nel cui interno sono installate lampadine a led in grado di dissipare i raggi di luce nei parapetti. E per finire parliamo di un altro ponte storico e dall’affascinante stile architettonico è il Ponte dei Sospiri. Questo ponte realizzato in Pietra d’Istria e stile barocco, veniva utilizzato in antichità come passaggio dagli imputati, che dopo esser stati condannati all’interno di Palazzo Ducale, venivano condotti alle prigioni e passando gli ultimi attimi da cittadini liberi guardavano Venezia sospirando.

IL DOTTORE DELLA PESTE – LA MASCHERA E’ NON SOLO

images-3Fu ideata, dal dottor Charles De Lorme, testimone della drammatica pestilenza del 1630 a Venezia, con la speranza che ciò bastasse a proteggere contro i miasmi e i pericoli mortali dell’epidemia. Il Medico della Peste, con il suo becco da uccello, con rostro adunco riempito di essenze medicamentose, munito di occhiali, guanti, una lunga tunica di puro lino e una bacchetta, non è propriamente una maschera carnevalesca. La sua nuova funzione carnascialesca estremizza i sentimenti: mescolando la sofferenza con la gioia, scongiurando per sempre il pericolo, il grande uccello porrà sotto le sue ali protettive la Serenissima. “Peste” è sinonimo di distruzione, è simbolo di terrore nel Medioevo e nell’era moderna. Per questo la maschera del Medico della Peste è tanto inquietante: è un’altra delle vesti della morte. La sua veste di lino o tela cerata copre il medico fino ai piedi, mentre mani e testa sono protetti da guanti e cappello. Ma l’origine di questo costume spiega anche il perché della forma della maschera: il becco ricurvo ospita le erbe profumate e, di solito, anche una spugna bagnata d’aceto, che si riteneva purificassero l’aria. Era l’aria malsana ad essere considerata la causa del male, perciò erbe e sostanze balsamiche potevano salvare i medici. Nessuno pensava a malnutrizione e pessime condizioni igieniche come fonte della malattia. Non avendone individuato le cause, quindi, il medico della peste serviva a ben poco: per questo è associato non con il lato buffonesco del Carnevale, ma con la sua componente più grave e cupa, che pervade, in fondo, tutte le follie di questo periodo dell’anno.images-4 Più volte, nel corso dei secoli, questa epidemia ha decimato la popolazione veneziana, ma i contagi più gravi sono quelli del 1575-1577 e del 1630-1631. In entrambe le occasioni, il Senato e il patriarca Giovanni Tiepolo, rispettivamente, trovandosi impotenti di fronte alla strage, decidono di chiedere a Dio di salvare la città, facendo voto di erigere una chiesa. La prima è la Chiesa del Redentore, la seconda la Basilica di Santa Maria della Salute. Possiamo dire che la maschera del Medico della peste non è solo una maschera carnevalesca, ma una maschera storica che ci può fare riflettere.

Venezia e la Peste – La Peste Quinta Parte “dal 1700 ad oggi”

Dopo le suddette pestilenze, a Venezia non si registrarono più epidemie e la Peste nera, fortunatamente, scomparve dall’Europa anche perchè, con ogni probabilità, il ratto bruno si diffuse a spese del ratto nero o comune, diretto responsabile delle epidemie. Tuttavia, la peste era pur sempre una minaccia per i porti marittimi, dove il ratto nero, che ospitava le pulci infette, continuava a rimanere tranquillamente. Nel 1720-21 si manifestò a Marsiglia l’ultima epidemia di peste bubbonica, che persistette nel Levante e nei Balcani. Venezia, nella sua vulnerabile e delicatissima posizione di città di frontiera, adottò tutte le precauzioni possibili. Se l’andamento demografico veneziano risentì moltissimo delle epidemie, nondimeno brusche oscillazioni si registrarono in conseguenza di fenomeni migratori. Non appena in città si aveva notizia dell’epidemia, chi poteva scappava nelle campagne. Quando la peste si calmava, non solo rientravano i cittadini, ma vi immigrava gente nuova, che fuggiva da altre epidemie. D’altronde,il Governo veneziano vedeva con favore l’immigrazione per dare impulso all’attività commerciale ed industriale: senza queste “fresche” ondate migratorie Venezia sarebbe inevitabilmente decaduta perchè non poteva riprodursi; solo un terzo della popolazione aveva meno di vent’anni. I tassi di mortalità, specialmente infantili, erano altissimi. In campagna, invece, i minori di vent’anni erano la metà e proprio grazie ai “campagnoli” Venezia si ripopolava. Gli artigiani venivano attirati a Venezia da allettanti agevolazioni e ottenevano la cittadinanza in breve tempo. I loro discendenti preferivano la vita di bottega, del mercante o dell’impiegato governativo. Conseguentemente, l’immigrazione, specie in coincidenza con le pestilenze, diede il suo contributo nel tramutare Venezia da città di marinai in città di artigiani (la tradizione marinara scomparve anche in altre città come conseguenza della Morte nera).

Conseguenza della migrazione fu che le tradizioni delle classi più povere vennero colpite e stravolte; al contrario, la classe nobiliare si potè riprodurre nei secoli funestati dalla Morte nera e mantenere intatto il proprio patrimonio di tradizioni. Riepilogando, per quanto riguarda l’andamento demografico di Venezia, si ebbero delle brusche flessioni dovute alle pestilenze del 1347-49, 1575-77 e del 1630-31; riprese e stabilità dopo il 1300. Nel Sei e Settecento la popolazione si stabilizzò fra i 100.000 e i 160.000 abitanti. Oggi in questo 2020 ci troviamo a combattere contro il CornaVirus e si vedono immagini di una Venezia vuota ci viene una domanda “Quanti sono gli abitanti del centro storico di Venezia?” La risposta sorprenderà chi è abituato a ritenere che lo spopolamento abbia ormai ridotto la città d’acqua praticamente alle dimensioni di un medio comune di terraferma.
In realtà uno studio svela che i veneziani sono circa 100.000. Più esattamente, il numero fluttua all’interno di una forbice compresa tra i 93.881 e i 101.471 di cosiddetti abitanti equivalenti. 
Fino a oggi, per fare letteralmente “la conta” dei Veneziani “superstiti”, si è abituati a guardare il famoso contapersone della farmacia di campo San Bartolomio. Proprio questo, tralasciando gli ultimi aggiornamenti, forniva il dato di 53.076 abitanti a tutto novembre 2018. Il parametro di riferimento dello studio  va a quella data perché risalgono ad allora le rilevazioni complete e più aggiornate sui consumi d’acqua. Ma non cambia l’errore concettuale di base per chi ritiene che questa sia una cifra affidabile. La premessa sulla quale poggia lo studio è infatti che gli abitanti di una città non possono essere considerati solo in base agli iscritti all’anagrafe o alle liste elettorali. Esiste un altra categoria di Veneziani i “RESIDENTI NON RESIDENTI”. Sono i tanti studenti e professori universitari, i responsabili e collaboratori legati al mondo delle fondazioni culturali, i dipendenti “in trasferta” per motivi di lavoro. Ma anche coloro che, pur risiedendo stabilmente a Venezia, mantengono la residenza al di fuori del Comune per vantaggi fiscali. E pure le persone, non solo straniere, che vivono nella nostra città per periodi prolungati dell’anno.

Venezia e la Peste – La Peste Quarta Parte “in ricordo delle due epidemie”

A ricordo della fine delle due epidemie si festeggiano ancora oggi due ricorrenze tradizionali veneziane.

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Chiesa del Redentore 

Una si svolge la terza domenica di Luglio ricorre la festa del Redentore -l’omonima Chiesa , costruita su progetto di Andrea Palladio, tra il 1577 e il 1592, fu innalzata dopo la peste del 1575- molto sentita dalla comunità che affluisce in gran massa alla Giudecca, collegata per l’occasione con un ponte di barche tra l’isola e la riva delle Zattere. 

Mentre la seconda ricorrenza,la Festa della Salute è anch’essa una festa religiosa legata al ricordo della fine della peste del 1630. peste2I veneziani accorrono numerosi al tempio votivo tramite un ponte di legno su barche che collega in quest’occasione le due rive del Canal Grande, all’altezza del campo di Santa Maria del Giglio. Un tempo era una festa di proporzioni ben più ampie: il doge e la signoria si recavano in gran pompa alla Salute per assistere alle funzioni religiose e per dare un’impronta di ufficialità alle celebrazioni.